Micco Spadaro - Grazie dopo la peste - Quadro

Un calcio all’arcivescovo.

Un calcio all'arcivescovo.

La processione di San Gennaro che anticipò la rivoluzione

Napoli, maggio 1646. Durante una delle cerimonie religiose più solenni della città, un nobile arrogante prese a calci un cardinale davanti a tutta la folla.

Non è una scena di un romanzo. È storia. Nascosta in una semplice frase nel mio romanzo Alla Corte di Masaniello.

E fu uno degli episodi che, un anno prima della rivolta di Masaniello, avvelenò per sempre i rapporti tra la nobiltà napoletana, in particolare i fratelli Carafa, e l’arcivescovo Ascanio Filomarino, costruendo quella tensione sotterranea che nel luglio 1647 sarebbe esplosa in modo clamoroso e che fa da sfondo storico alle indagini di Lorenzo Guerra, il protagonista del romanzo.

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La processione del Sabato di maggio

Il miracolo di San Gennaro è uno dei riti più antichi e potenti di Napoli. Tre volte l’anno, nel pomeriggio del sabato che precede la prima domenica di maggio, il 19 settembre e il 16 dicembre, da secoli una processione si muove dal Duomo alla chiesa di Santa Chiara, portando la teca con il sangue di San Gennaro e il busto del santo patrono. Questa processione era detta anche “degli infrascati”, per la consuetudine del clero partecipante di proteggersi dal sole coprendosi il capo con corone di fiori.

Il sangue del martire vescovo, conservato in due ampolle nella cappella del Tesoro del Duomo, si scioglie davanti ai fedeli riuniti in preghiera.

Era e resta un evento di portata enorme: non solo religiosa ma politica e sociale. Tutta la città si fermava. Clero, nobiltà, popolo, autorità spagnole, tutti presenti, in un ordine protocollare rigidissimo che rispecchiava la gerarchia del potere.

L’arcivescovo guidava la processione. Era il suo momento di massima visibilità pubblica, il momento in cui l’autorità religiosa si mostrava al popolo e alla corona come mediatore tra il cielo e la terra.

Violarlo era un atto di straordinaria gravità.


Diomede Carafa e il calcio che cambiò tutto

Il 5 maggio 1646, quando i delegati del Seggio di Capuana, uno dei più potenti seggi nobiliari della città, che dovevano custodire le reliquie si recarono al Duomo per il ritiro delle stesse, si videro negare la cosa se non in possesso di un atto formale firmato dal cardinale Ascanio Filomarino. Il presule avrebbe deciso invece di far uscire la processione direttamente dal Duomo. Alcuni aderenti al Seggio di Capuana bloccarono così il corteo in Largo Corpo di Napoli, tentando addirittura di impossessarsi del sangue di san Gennaro e delle reliquie.

Diomede Carafa, duca di Maddaloni, detto Mustaccio per i suoi imponenti baffi, uno dei principali antagonisti nel mio romanzo, era uno degli uomini più potenti e pericolosi di Napoli. Apparteneva al ramo dei Carafa della Stadera, una delle famiglie più influenti della storia partenopea. Di carattere violento e dispotico, non disdegnava il ricorso alla forza fisica anche quando la situazione non la richiedeva affatto. Fu lui, con il fratello Giuseppe, detto Peppe, a oltraggiare pubblicamente l’arcivescovo Filomarino. Secondo le fonti, fu Peppe a colpirlo fisicamente, con un calcio, davanti alla folla riunita per la cerimonia.

Un calcio. All’arcivescovo di Napoli. Durante la processione del sangue di San Gennaro.

Solo un calcio. Come se fosse poco.


Ascanio Filomarino . RitrattoPerché i Carafa odiavano Filomarino

L’odio dei Carafa per l’arcivescovo aveva radici precise. Filomarino non era un prelato compiacente con la nobiltà napoletana. Sin dalla sua nomina ad arcivescovo, nel dicembre 1641, aveva mostrato una spiccata avversione verso il ceto nobiliare e verso alcuni ordini religiosi, gesuiti e teatini in particolare, che di quel ceto erano espressione culturale e spirituale.

Non si trattava di posizioni astratte. Filomarino interferiva concretamente negli equilibri di potere, difendendo le prerogative del clero secolare contro quelle dei nobili, prendendo le parti del popolo nelle dispute fiscali, costruendo un ruolo di mediazione che lo rendeva indispensabile, e quindi pericoloso per chi voleva gestire Napoli senza intermediari scomodi.

I Carafa erano esattamente quel tipo di nobiltà che Filomarino non sopportava: arrogante, violenta, convinta che il potere ereditato giustificasse qualsiasi sopraffazione.

Il calcio durante la processione era dunque il gesto fisico di un conflitto che covava da anni.


Lo scandalo e le sue conseguenze

L’episodio fece clamore. Colpire un cardinale durante una processione pubblica era un atto che non aveva precedenti nella Napoli del Seicento, o quasi. Significava violare contemporaneamente la sacralità della cerimonia, l’autorità della chiesa e la persona dell’arcivescovo.

Diomede Carafa, adirato, aveva esclamato che il cardinale, essendo nato da una lavandaia, non potesse capire il comportamento dei cavalieri. L’insulto rivela più cose sull’insultante che sull’insultato.

Ascanio Filomarino non era nato da una lavandaia, veniva da una famiglia dell’aristocrazia provinciale campana, non nobile ma certamente non plebea. Era però arrivato alla porpora cardinalizia attraverso il merito intellettuale e i legami con i Barberini a Roma, non attraverso la nascita. Per i Carafa, questo bastava a renderlo un inferiore.

Eppure i Carafa non pagarono conseguenze immediate. Erano troppo potenti, troppo ben connessi con le autorità spagnole, troppo necessari agli equilibri del viceregno perché qualcuno li toccasse.

Filomarino incassò l’oltraggio. Continuò a fare il suo lavoro. Continuò a difendere gli interessi del popolo, a mediare tra le fazioni, a costruire quella rete di relazioni che un anno dopo gli avrebbe permesso di giocare un ruolo decisivo nella rivolta di Masaniello.

Ma non dimenticò. E non perdonò, almeno non del tutto. Le sette lettere che Filomarino inviò ad Innocenzo X tra luglio e agosto 1647, in cui raccontò gli eventi di quei giorni esaltando i propri meriti, mostrano un uomo che sapeva esattamente quale ruolo stava giocando nella storia.


Un anno dopo: la rivolta e la resa dei conti

Quando nel luglio 1647 Masaniello guidò il popolo di Napoli alla rivolta, uno dei primissimi obiettivi della folla fu proprio Diomede Carafa. Il palazzo dei Carafa fu assaltato e saccheggiato. Peppe Carafa, quello che aveva preso a calci il cardinale, fece una fine orrenda. Pare che tra le sue malefatte vi fosse anche quella di aver malmenato e mandato via senza paga più volte un pescivendolo che gli portava la merce al palazzo, quel Tommaso Aniello di Amalfi che guidava la Rivolta. Rintracciato in un monastero in cui si era rifugiato, fu arrestato e decapitato da un macellaio, a cui una volta aveva imposto di baciargli i piedi. E fu il suo piede, insieme alla testa, a essere esposto in una gabbia sopra Porta S. Gennaro.

Diomede riuscì a fuggire, ma la sua casa fu devastata e il suo potere a Napoli praticamente azzerato.

Filomarino, durante quei giorni convulsi, svolse il suo ruolo di mediatore con abilità straordinaria, cercando di limitare le violenze, dialogando con Masaniello, trattando con il viceré. Quando i Carafa erano la caccia e il popolo era il cacciatore, fu lui a essere rispettato da entrambe le parti.

Il calcio del maggio 1646 non era dimenticato. Era semplicemente diventato irrilevante. La storia aveva già deciso chi avesse avuto ragione.


Una scena senza pagine

Nell’economia narrativa di Alla Corte di Masaniello, l’episodio del calcio non viene raccontato direttamente, ma è una cicatrice nei rapporti tra Filomarino e i Carafa. È un evento del passato, evocato in una battuta notturna di Mustaccio che la dice lunga sul carattere del personaggio. Carafa, rinchiuso in una cella del convento del Carmine nella notte tra l’8 e il 9 luglio 1647, sfoga la sua rabbia contro Filomarino, parole in cui c’è tutto il rimorso di non aver fatto di peggio: “Gli dovevamo spaccare la testa io e mio fratello durante la processione per il sangue di San Gennaro invece di prenderlo solo a calci.”

È uno di quei momenti in cui i romanzi storici funzionano meglio della saggistica: la storia si rivela non attraverso i documenti ma attraverso il rancore, le emozioni di chi l’ha vissuta.


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