Veduta Napoli e Vesuvio - quadro

L’estate di Masaniello

L'estate di Masaniello:
quanto caldo faceva a Napoli nel Seicento?

Le Storie di Napoli di nonno Arturo

«Nonno, sbrigati, che perdiamo l’aliscafo!» Peppeniello tira per la manica nonno Arturo, diretti al Molo Beverello. Destinazione? Capri, per tre giorni nel mare dell’Isola Azzurra!

«Peppenié, ccà fa caldo. Sto tutto sudato.» Arturo si aggiusta lo zaino che gli si è incollato dietro la schiena. «Te lo avevo detto che era meglio prendere il taxi. Meno male che ci sta nu poco ‘e ventariello.»

«Eh già! Tu tieni il colesterolo e devi camminare: la funicolare e quattro passi. L’hai detto tu stesso. Se no chi se la sente a nonna. Ma c’amma movere.» Peppeniello invece rallenta il passo. «Uà, guarda a quella!»

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Davanti a un chiosco, sotto un ombrellone, Arturo vede una giovane turista – ‘na bella uagliona – che cerca di bere una spumeggiante limonata: la famosa limonata a cosce aperte di Napoli.

A gambe divaricate, una mano che cerca di tenere la gonna svolazzante, la ragazza tenta di afferrare con la bocca la spuma che trabocca dal bicchiere. Ma ride, ride come un pazza, il ragazzo poco più in là che la sfotte e scatta foto…

«Uà, beata a essa. Me la farei pure io una coca bella fresca fresca. Nonno, ma quest’anno fa più caldo del solito o è sempre stato così?»

Arturo sorride e si asciuga la fronte con un fazzoletto. «Bella domanda, Peppenié. Tu pensi che il caldo di oggi sia una cosa nuova, vero? E in parte hai ragione, il clima sta davvero cambiando, perché quelle che una volta erano… come si dice… manifestazioni estreme, oggi sono la normalità. Ma non pensare che in passato la gente se la passasse fresca. Ai tempi di Masaniello, ad esempio, nel Seicento…»

Peppeniello sorride. «A te ti piace Masaniello, è overo

«Embè, che c’è di male? Proprio lui. Siamo nel 1647, un’estate torrida a quanto pare, in una città stipata dentro le mura, senza un albero, senza una ventola…»

Termometro cinquantigrado - foto
Termometro cinquantigrado – Firenze

Un caldo senza numeri

«E come facevano a sapere quanto caldo faceva. Mica ce l’avevano il termometro, no?» Peppeniello afferra una mano ad Arturo e ricomincia tirare.

«Ecco, questa è la cosa curiosa. Il termometro come lo intendiamo noi, sigillato, con l’alcol dentro. – ai tempi miei c’era il mercurio…»

«Quello che sembra argento?»

«Eh? Sì. Il termometro, dicevo, lo inventano proprio in quegli anni, a Firenze, per volere del granduca Ferdinando de’ Medici. Ma era uno strumento per scienziati, mica lo trovavi in una bottega di Forcella.»

«E quindi come facevano a Napoli?»

«Sentivano, Peppenié. Era una questione… empirica. Il caldo si misurava dagli effetti: i raccolti che bruciavano nei campi, le piante secche, l’acqua delle fontane che calava, la gente che si ammalava. In quei secoli, tra l’altro, il clima in Europa era generalmente più freddo di oggi, un periodo che gli storici chiamano Piccola Era Glaciale. Niente di eccezionale, però. Uno o due gradi in media meno di oggi. Però per tutto l’anno aveva delle conseguenze. Ma attento, più freddo in media non vuol dire fresco sempre: ci furono anche estati bollenti e siccitose che i cronisti dell’epoca ricordano bene, con temperature che non arrivavano a quelle di oggi, ma quasi.»

Peppeniello si gira a guardare la turista, che ormai ha finito la limonata e con il bicchiere vuoto sta ancora ridendo. «E la peste del 1656 che mi hai raccontato l’altra volta, c’entra con il caldo?»

«Molti dell’epoca lo pensavano, sì: credevano che l’aria calda e “corrotta” portasse le malattie, era la teoria dei miasmi. Se sia stato davvero così per l’epidemia di quell’anno, sinceramente, non possiamo dirlo con certezza. Ma di sicuro il caldo, l’acqua scarsa e i vicoli stretti non aiutavano.»

Il ghiaccio che scendeva dal Vesuvio

«E se non c’erano il condizionatore e il frigorifero, come si rinfrescavano?»

Arturo indica proprio il chiosco dietro di loro. «Hai visto che quello vendeva pure le granite? A Napoli i primi sorbetti nascono proprio in quel secolo. E sai da dove veniva il ghiaccio?»

Peppeniello scuote la testa.

Il pozzetto per granite - ricostruzione AI

«Dal Vesuvio, e dalle montagne intorno, il Matese, il Faito. D’inverno la neve veniva raccolta, pressata dentro grandi buche scavate nella terra, chiamate neviere, e coperta con paglia e frasche. Restava lì, conservata, per tutto l’anno. Poi la portavano in città su carri e la vendevano.»

«E chi la comprava?»

«Tutti, chi poteva permettersela. Gli acquafrescai andavano per i vicoli vendendo acqua raffreddata con la neve tritata, magari con un po’ di limone o qualche goccia di miele o mosto cotto. Ma questo fin dai tempi dei romani. Poi, proprio in quel periodo o poco pima, qualcuno inventò il pozzetto, un mastello di legno con un cilindro di metallo al centro. Nel primo ci mettevano neve o ghiaccio tritato e sale marino, nel secondo acqua, zucchero e limone e giravano, giravano. Così si formava una bella granita cremosa. È l’antenato del chiosco che abbiamo visto poco fa. Aspe’, dammi la mano.»

Arturo afferra la mano del nipote, guarda a destra e sinistra e appena le auto si diradano un po’, attraversano svelti via Acton.

«Nonno! Le strisce pedonali!» Borbotta Peppeniello con tono severo.

Arturo sventola una mano. «Jamme ‘e pressa

Il nipote tozzoleja con la testa. «Quindi la granita di oggi è praticamente uguale a quella di trecento anni fa!»

«Praticamente sì, solo che allora costava cara ed era quasi un lusso.»

«E perché, mo’ non costa una barca di soldi?»

Case senza finestre, e il vento giusto

Superano un paio di turisti con delle valige più grandi di loro, entrano sul molo e si mettono in coda alla biglietteria.

«Ma la gente povera, quella dei bassi, come faceva col caldo? Loro mica si potevano comprare la neve tutti i giorni.»

«Lì la vivevano peggio, Peppenié. I bassi erano umidi, bui, senza un vero ricambio d’aria. D’estate stavano più freschi dei piani alti, ma soffocavano per l’umidità. I nobili invece avevano palazzi con logge e altane aperte, per prendere la brezza di mare. E i napoletani conoscevano bene la differenza tra i venti: lo scirocco, caldo e umido, che toglie il respiro, e il maestrale, che invece rinfresca. In compenso però, i nobili vestivano tutti eleganti e schiattavano di calco, mentre i popolani stavano come gli pareva, camice fresche, maniche rimboccate e pianelle ai piedi.»

«E i ventagli?»

«Quelli sì, erano di tutti, ricchi e poveri. E poi si bagnavano i panni, si spargeva acqua sui pavimenti di pietra per rinfrescare le stanze, si usciva presto la mattina e tardi la sera, si dormiva nelle ore più calde. Un po’ come fa ancora oggi qualcuno che se lo può permettere.»

Peppeniello guarda preoccupato l’aliscafo che sta già caricando i passeggeri. «Nonno, ma allora tra un po’ anche questa nostra estate diventerà una storia da raccontare tra trecento anni?»

Arturo ride. «Tra un po’? Tra trecento anni magari.» Arrivati allo sportello: «Un adulto e un ragazzo.»

La bigliettaia dall’altra parte sbircia Peppeniello.

Arturo mette una mano sulla spalla del nipote, premendo. Peppeniello si abbassa leggermente. «Non tiene manco dodici anni.»

Quella abbocca. O non tiene voglia di discutere.

Arturo paga, fa l’occhiolino al nipote e si avviano all’imbarcadero. L’aliscafo è ancora lì, paziente.

«Chissà, Peppenié. Magari qualcuno, tra trecento anni, si chiederà come abbiamo fatto noi fino a mo’ senza… come si chiama quell’affare che tieni in camera tua?»

«Lo split!»

«Ecco, quello.»

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