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Andare in vacanza nel Seicento?

Andare in vacanza nel Seicento?

Solo per pochi (e non per riposarsi davvero)

Andare in vacanza nel '600?Nel Seicento la parola “vacanza” non aveva il significato che le attribuiamo oggi. Non esisteva il concetto di ferie retribuite, viaggi organizzati o relax estivo per tutti. Tuttavia, in un contesto rigidamente gerarchico e scandito dai ritmi agricoli e religiosi, alcune forme di “tempo libero” o di allontanamento dalla routine quotidiana erano presenti, ma riservate a classi precise e con finalità molto diverse da quelle moderne.

La villeggiatura dell’aristocrazia

Per la nobiltà e l’alta borghesia urbana, l’estate era sinonimo di villeggiatura. Le famiglie lasciavano le città, spesso malsane nei mesi caldi, per trasferirsi per settimane o mesi in residenze di campagna, ville in collina o dimore al mare.
Non si trattava di svago disimpegnato, ma di una forma di ritiro selettivo: si portava con sé la servitù, si ricevevano ospiti, si facevano battute di caccia, serate musicali, partite a carte. Tutto ruotava attorno all’esibizione del rango e alla ricostituzione delle energie in vista dell’autunno.

In ambito napoletano, mete classiche erano Posillipo, il Vomero, i Campi Flegrei, le pendici del Vesuvio o le isole. Le famiglie nobili si spostavano con grande apparato, portando carri, cavalli, abiti e stoviglie, in un vero e proprio trasloco estivo.

Posillipo
Posillipo

 Posillipo e la villa sul mare

Tra le mete più ambite c’era Posillipo, con le sue vedute mozzafiato e le scogliere che si gettano nel mare. Qui le famiglie patrizie costruivano ville affacciate sul golfo, circondate da giardini pensili, pergolati d’agrumi e scale scavate nel tufo. Un esempio celebre è la monumentale Villa Donn’Anna, legata alla famiglia Carafa, simbolo di fasto e decadenza.

Colli salubri e residenze riservate

Chi cercava una villeggiatura più riservata, lontana dalla mondanità, si ritirava nelle colline del Vomero o dei Colli Aminei. Qui si trovavano piccoli palazzi con vigne e orti, ideali per ritemprare il corpo e lo spirito, dedicandosi alla lettura, alla musica o alla contemplazione del paesaggio.

Agnano – Grotta del cane

Acque miracolose e paesaggi vulcanici

I più raffinati preferivano i Campi Flegrei, terra di leggende e fenomeni naturali spettacolari. A Baia, Pozzuoli e Bacoli, le famiglie aristocratiche si concedevano bagni termali tra le rovine romane, convinte delle proprietà curative delle acque solforose. I ruderi antichi, invasi dalla vegetazione, facevano da cornice a passeggiate, convegni poetici e giochi di società.

Il Vesuvio, tra pericolo e prestigio

Le pendici del Vesuvio, da Portici a Torre del Greco, ospitavano residenze più rustiche ma cariche di fascino. Il paesaggio era fertile e mutevole, le vigne si arrampicavano sulle colline nere, e le eruzioni periodiche aggiungevano un’aura drammatica. In queste zone i nobili seguivano da vicino le attività agricole e le rendite fondiarie, ma anche qui non mancavano le serate con liuto e versi d’occasione.

Isole e paradisi lontani

Chi poteva permetterselo si spingeva fino alle isole del golfo: Ischia, con le sue acque termali (già famose all’epoca), era considerata un luogo quasi esotico, dove salute e bellezza si incontravano. Capri e Procida, più piccole e impervie, attiravano chi cercava isolamento o ispirazione artistica.

Un vero trasloco stagionale

La partenza per la villeggiatura avveniva con largo anticipo. Carri e carrozze trasportavano abiti, biancheria, stoviglie, strumenti musicali, libri e addirittura pezzi d’arredamento. La servitù si spostava con la famiglia, riorganizzando le stanze e la cucina secondo il gusto e le abitudini di casa.

Ogni villa disponeva di una cappella privata, di una corte interna per il fresco, di giardini geometrici o rustici e, spesso, di un piccolo teatro o di una stanza della musica. Le giornate si dividevano tra passeggiate, letture, giochi di società, battute di caccia e visite rituali ad altre famiglie in villeggiatura.

Il tempo “vuoto” del clero

Molti ecclesiastici trascorrevano lunghi periodi in ritiro spirituale, all’interno di conventi rurali o eremi. Queste pause non erano di svago, ma piuttosto momenti di riflessione, penitenza o rinnovamento interiore. Tuttavia, anche in questo caso, si trattava di una rottura con la routine urbana.

Cmaldoli
Veduta dei Camaldoli

La borghesia: tra emulazione e furbizia

I mercanti, notai, medici e professionisti cominciavano a imitare la nobiltà, cercando di acquistare piccole case di campagna o affittare stanze in residenze secondarie. Altri sfruttavano le fiere stagionali, i pellegrinaggi o le feste religiose in località lontane per concedersi qualche giorno fuori porta, unendo l’utile al dilettevole.

Il popolo: feste e pellegrinaggi

Per il popolo minuto – artigiani, contadini, pescatori – non esisteva alcuna forma di vacanza. Le uniche pause dal lavoro erano rappresentate dalle numerosissime festività religiose, dai mercati straordinari o dalle fiere annuali.
In queste occasioni si beveva, si ballava, si assisteva a spettacoli di giocolieri e teatranti. Ma si rimaneva sul posto.

Francisco Goya - Pellegrinaggio
Francisco Goya – Pellegrinaggio

Unica eccezione: i pellegrinaggi, anche lunghi e faticosi, erano accessibili a molti. Viaggiare per fede (a piedi o a dorso di mulo) era un modo per uscire temporaneamente dal proprio mondo, conoscere luoghi nuovi, e vivere un’esperienza intensa, anche emotiva.

E il turismo?

Quello che oggi chiamiamo turismo culturale o esperienziale esisteva solo per una élite. Alla fine del Seicento, comincia a diffondersi tra i giovani nobili il Grand Tour, un lungo viaggio attraverso l’Italia e l’Europa, pensato per perfezionare l’educazione e il gusto artistico.


In sintesi:

Nel Seicento “andare in vacanza” era un privilegio riservato a pochi, e non aveva finalità di relax ma di riposizionamento sociale, religioso o educativo. Il tempo libero era incastonato nel calendario liturgico o dettato dalle stagioni agricole. Per la maggior parte della popolazione, l’idea di vacanza semplicemente non esisteva

Presentazione Alla Corte di Masaniello Club Napoli - Locandina

Al Club Napoli del Golfo presentazione del libro di Giovanni Nocella

Codice d'Onore al Club Napoli del Golfo

𝐁𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐯𝐞𝐧𝐞𝐫𝐝𝐢̀ 𝐩𝐨𝐦𝐞𝐫𝐢𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐥𝐮𝐛 𝐍𝐚𝐩𝐨𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐆𝐨𝐥𝐟𝐨 𝐝𝐢 𝐅𝐨𝐫𝐦𝐢𝐚.

Stimolata dalle precise e meditate domande dell’amico Simone Pangia, la chiacchierata si è sviluppata spaziando da tematiche inerenti le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere, alla tecnica, alla ricerca storica, fino alla scelta del self publishing.
Gli argomenti però che forse più hanno coinvolto i presenti sono quelli riguardanti lo sviluppo della trama del romanzo presentato, Alla Corte di Masaniello, e della sua ambientazione storica.
La Napoli del ‘600 e soprattutto la figura di Masaniello hanno catturato l’attenzione e l’interesse dei partecipanti che sono intervenuti con domande e osservazioni.
Presentazione Alla Corte di Masaniello Formia - Foto1
Presentazione Alla Corte di Masaniello Formia - Foto2
Presentazione Alla Corte di Masaniello Formia - Foto3
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Bombarda - da Leonardo da Vinci

Le antesignane delle bombe a grappolo.

Le antesignane delle bombe a grappolo.

Le bombe a grappolo: i “proiettili alati” di Leonardo.

Nella lettura condivisa che sto seguendo questo mese con il Gruppo Thriller Storici e Dintorni – L’Eredità degli Sforza di G.L. Barone – in alcune parti del romanzo si parla della “cerata” che copre la stiva di un barcone dilaniata in più parti, o di un “frammento dell’assito crivellato di buchi”, o di oggetti sferici “con due protuberanze fuse ai lati”, come appunto delle piccole ali, o ancora di “palla di cannone in miniatura”.

Stiamo parlando in sostanza di quelle che si possono considerare le antesignane delle bombe a grappolo.

Leonardo, tra le innumerevoli armi disegnate ed inventate, di cui numerose messe a disposizione di Ludovico il Moro, c’era la “bombarda a frammentazione”, un cannone che lanciava palle esplosive che si aprivano lasciando uscire proiettili che si spargevano in ogni direzione.

Ho anchora modi de bombarde commodissime et facili da portare, et cum quelle buttare minuti (saxi a similitudine) di tempesta; cum el fumo di quella dando grande spavento all’inimico, cum grave suo danno et confusione.

(dalla lettera a Ludovico il Moro tratta da il Codice Atlantico)

Deflagrando tutte insieme nella stiva del battello, come viene raccontato nel romanzo, è più che ovvio che lo abbiano fatto in mille pezzi.