Vernet - Battaglia al ponte di Arcole - quadro

Napoli 1794: la paura del contagio francese

Napoli 1794: la paura del contagio francese

Come il terrore della Rivoluzione arrivò nelle sale nobiliari e nelle cucine della capitale del Regno

La Touche Treville - ritratto
La Touche Treville – ritratto

Nel dicembre del 1792

una squadra navale francese getta l’ancora nel golfo di Napoli. Al comando c’è il contrammiraglio Latouche-Tréville, e il messaggio che porta non ha bisogno di troppe parole: se il Regno delle Due Sicilie non riconosce la Repubblica francese, si bombarda la città. Ferdinando IV cede. Non è un’occupazione, non c’è nemmeno uno sparo, ma è un affronto che la corte non dimentica, e che, soprattutto, non perdona.

Perché in quello stesso periodo a Napoli c’è già chi guarda a Parigi con occhi diversi: non con paura, ma con speranza.

Una città divisa tra due paure

La regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena non ha bisogno che le si spieghi cosa significhi una rivoluzione: sua sorella è Maria Antonietta. Quando nell’ottobre del 1793 la notizia della sua decapitazione arriva a Napoli, non è solo un lutto di corte. È un segnale che attraversa la città come una scossa, e che spaventa persino chi la rivoluzione la desiderava. Si racconta che proprio in quei giorni alcuni cospiratori napoletani, terrorizzati dalle conseguenze di ciò che stavano diffondendo, gettarono di notte in mare duemila copie appena stampate della Costituzione francese, il documento che dovevano far circolare in tutto il Regno.

Maria Carolina d'Asburgo . ritratto
Maria Carolina d’Asburgo . ritratto

Napoli, in quell’autunno, vive dunque una doppia paura: quella della corte, che teme il contagio delle idee; e quella dei cospiratori, che temono la vendetta della corte.

Il monzù e il nemico in cucina

C’è un dettaglio che racconta questa contraddizione meglio di qualunque cronaca politica, ed è quello che rende il 1794 napoletano così ricco per chi scrive storie: mentre la Vicaria dà la caccia ai simpatizzanti francesi, nelle cucine dei palazzi nobiliari lavora il monzù, lo chef di formazione francese, spesso allievo diretto o indiretto della grande cucina d’Oltralpe, il cui titolo stesso, storpiatura napoletana di monsieur, è un marchio di prestigio. La stessa aristocrazia che teme le idee della Francia rivoluzionaria non rinuncia al suo gusto francese: alla sua cucina, alla sua lingua nei salotti, ai suoi modi a tavola. Si può disprezzare la Francia dei giacobini e insieme pretendere una sauce alla francese sulla propria tavola: è un’incoerenza che la nobiltà napoletana dell’epoca non sembra avvertire come tale, ed è un terreno narrativo fertilissimo.

Monzù a Napoli - caricatura
Monzù a Napoli – caricatura

Un Regno che paga due volte

Questa tensione politica non resta confinata ai palazzi. Il Regno sta già sostenendo i costi di un riarmo difensivo e di una politica estera sempre più ostile alla Francia, mentre i traffici commerciali con l’estero, che passavano anche attraverso operatori e mercanti francesi presenti a Napoli, si fanno più difficili. È un doppio costo, quello che grava sulla popolazione: da un lato l’irrigidimento fiscale, necessario a finanziare sorveglianza e apparato repressivo, dall’altro l’incertezza che raffredda i commerci in un momento in cui il Regno avrebbe bisogno di stabilità, non di sospetto reciproco. Chi vive di piccolo commercio, di bottega, di mestiere artigiano, sente questi effetti prima e più a lungo di chi vive di rendita nobiliare.

Un anno che si può solo raccontare in parte

Su questi mesi la documentazione è ricca ma non uniforme: sappiamo con certezza della minaccia navale del 1792, della fondazione della Società Patriottica, della paura seguita all’esecuzione di Maria Antonietta. Meno documentati, e più affidati alle memorie e alle ricostruzioni ottocentesche, sono i dettagli minuti della vita quotidiana in quei mesi di sospetto, quanto, cioè, il napoletano comune percepisse davvero questa tensione politica nel proprio lavoro di ogni giorno. È proprio in questo margine, tra il documentato e il verosimile, che la narrativa storica può muoversi con onestà.

Napoli, nel 1794, non sa ancora che quella paura di corte sfocerà in pochi mesi in un processo e in tre impiccagioni a Largo di Castello. Ma la città la respira già, in ogni bottega, in ogni salotto, in ogni cucina dove si serve alla francese un pranzo che la Francia stessa, in teoria, farebbe orrore vedere apprezzato.