Antonio Joli - Largo di Castello - quadro

I primi martiri della libertà italiana. Napoli, Largo di Castello, 18 ottobre 1794:

Largo di Castello, 18 ottobre 1794: l'esecuzione dei primi martiri della libertà italiana

Come Napoli pagò con tre vite giovani la paura della propria classe dirigente

Mario Pagano - ritratto
Mario Pagano

Il processo 

si chiama, negli atti, la “Gran causa de’ rei di Stato”. Il nome da solo dice come la corte avesse deciso di trattare la vicenda: non un caso giudiziario ordinario, ma una causa di Stato, da trattare con la logica sommaria dei tribunali militari in tempo di guerra. Istruttoria conclusa, al difensore restano poche ore per esaminare gli atti. La sentenza è inappellabile.

Un processo pensato per non lasciare scampo

Cinquantatré persone vengono imputate di “delitto gravissimo e atroce contro la Religione, la Monarchia e lo Stato”. Ventisette di loro, pentiti, collaborano con l’accusa. Tra questi, paradossalmente, anche Annibale Giordano, uno dei capi della congiura, convinto fino all’ultimo che la sua vicinanza ai De Medici lo avrebbe protetto. La requisitoria non lascia dubbi sul clima: gli imputati vengono paragonati alle vipere della “fetida terra dei Galli”. Si chiede la morte per trenta di loro.

In questo scenario si inserisce la figura di Mario Pagano, che accetta di difendere alcuni imputati pur sapendo quanto sia rischioso farlo in quel momento. Contesta la credibilità delle confessioni estorte sotto minaccia di tortura, che alcuni membri della Giunta vorrebbero infliggere: “La confessione, estorta tra i tormenti, è l’espressione del dolore, non già l’indizio della verità.” È una frase che anticipa di pochi anni le riflessioni illuministe sulla tortura, e che vale la pena leggere non come un vezzo retorico, ma come uno dei rari momenti in cui, in quel processo, qualcuno prova davvero a difendere un principio piuttosto che una persona.

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Non basta. I giudici restano severi. Tre condanne a morte: Emanuele De Deo, vent’anni, Vincenzo Vitaliani, ventidue, Vincenzo Galiani, diciannove. Trentadue condannati a pene durissime nelle carceri di Ischia, Tremiti, Pantelleria, Favignana, Lipari, Elba, e nei castelli di Trapani, Messina e Gaeta. Due gli esiliati.

Processo criminale - documento“Soffrite che io muoia”

Secondo il racconto di Pietro Colletta, la regina offre a De Deo la vita in cambio dei nomi degli altri complici. Al padre che lo implora di accettare, il giovane risponde: “Soffrite che io muoia; molto sangue aggiunge la libertà, ma il primo sangue sarà il più chiaro… Verrà tempo che il mio nome avrà fama durevole nelle storie, e voi trarrete vanto che io, nato da voi, fui morto per la patria.” Resta anche una sua lettera al fratello Giuseppe, che i posteri hanno conservato come testimonianza di uno spirito che a vent’anni aveva già scelto cosa essere disposto a perdere.

Una piazza presidiata dalla paura

Le esecuzioni vengono fissate per il 18 ottobre 1794, a Largo del Castello, davanti a Castel Nuovo, lo stesso slargo che oggi conosciamo come piazza Municipio. Acton e la regina stimano in cinquantamila i simpatizzanti giacobini a Napoli: un numero probabilmente gonfiato dalla paura, ma che dice bene quanto la corte percepisse il rischio come esteso, non circoscritto a un club di cospiratori. La piazza e tutti gli accessi vengono presidiati da forze a piedi e a cavallo. Una folla immensa si raccoglie intorno al palco. I sovrani, “più timidi e ansiosi dei tre giovanotti” secondo le cronache, restano al riparo nella reggia di Caserta. Alcuni sbirri, infiltrati tra la gente, incitano la folla a gridare contro i nemici del Re, della Patria e della Religione.

Lapide Emanuele De Deo

Il prezzo pagato da tutti, non solo dai condannati

L’esecuzione di tre ventenni non chiude la vicenda: la apre. Nei mesi e negli anni successivi, il Regno vive un irrigidimento poliziesco che pesa sull’intera società napoletana, ben oltre la cerchia dei cospiratori. Una cultura della delazione, già vista all’opera con Frongillo e poi con i “pentiti” del processo, si insinua nei rapporti quotidiani, tra botteghe, conventi, uffici. Chi commercia, chi insegna, chi scrive, impara a misurare le parole. È un costo che non compare in nessun registro di cassa del Regno, ma che si paga comunque: in fiducia perduta, in cautela imposta, in un’aria di sospetto che rende tutto, dal commercio ai rapporti tra vicini, un po’ più difficile.

Gli atti del processo vengono poi distrutti dagli stessi Borbone, perché nulla restasse di quel sogno di libertà, uguaglianza e democrazia repubblicana. Ma la memoria di quei tre nomi, De Deo, Vitaliani, Galiani, sopravvive, tramandata da Atto Vannucci come l’apertura stessa della storia dei martiri della libertà italiana. Napoli, prima ancora del 1848, prima ancora del 1799, aveva già dato il suo primo sangue.

Cosa lega questo momento al 1794 del romanzo

Chi vive a Napoli in quell’autunno del 1794, che sia un cuoco in una cucina nobiliare, un mercante al Mercato, un domestico in un palazzo, non può ignorare quello che è appena successo a Largo di Castello. È l’aria stessa che si respira: sospetto, prudenza, voci basse. Non serve che un romanzo ne faccia il tema centrale perché quell’aria resti comunque nella scena, sullo sfondo, in ogni porta che si chiude un po’ più in fretta del solito.

Il margine tra documento e racconto

La cronaca del processo, la difesa di Pagano, le tre condanne e l’esecuzione sono solidamente documentati dagli atti e da più fonti indipendenti (Colletta, Cuoco, il “Fatto Fiscale” riportato da Pedio). Più incerta, e affidata alla tradizione aneddotica ottocentesca, è la ricostruzione di dettagli come lo scambio esatto tra la regina e De Deo: episodi verosimili, tramandati con coerenza, ma che restano nel campo della tradizione più che della prova documentale diretta.

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