I club dei giacobini napoletani:
dentro la Società Patriottica del 1793
Come un gruppo di nobili, intellettuali e artigiani provò a immaginare un’altra Napoli
C’è un dettaglio,
nella ricostruzione di quei mesi, che smentisce un’idea comune: quella dei giacobini napoletani come un pugno di sognatori isolati, chiusi in qualche salotto. Quando la congiura viene scoperta, nel marzo del 1794, gli inquirenti si trovano davanti non una manciata di nomi, ma quattrocentotrenta persone. Professori, nobili, intellettuali come Ettore Carafa e Annibale Giordano, ma anche artigiani come i fratelli Vincenzo e Andrea Vitaliani. Un taglio sociale che, da solo, dice più di molte pagine sulla tensione che attraversava il Regno.

Da una loggia massonica a un movimento politico
Tutto parte, nei mesi successivi all’affronto navale di Latouche-Tréville, dalle logge massoniche napoletane. È lì che Carlo Lauberg, insieme a fratelli come Francesco Saverio Salfi e Francesco Mario Pagano, fonda quella che diventerà nota come la Società Patriottica, o Società Giacobina di Napoli. Il modello è quello delle congreghe marsigliesi: piccoli club di non più di undici persone ciascuno, collegati a un centro, in modo che la scoperta di uno non travolgesse tutti gli altri. Un’architettura pensata per la clandestinità, non per la piazza.
Ma il programma resta ambiguo, e proprio in questa ambiguità si può leggere la fotografia più onesta di quel momento storico: alcuni aderenti sono uomini di pura dottrina, pensatori che discutono di Rousseau e di Filangieri nei salotti; altri contano sull’appoggio militare francese e vogliono muoversi subito. Sono due velocità diverse dentro lo stesso sogno, e quel disallineamento si vede bene quando la Società, nel dicembre 1793, fa stampare duemila copie della Costituzione francese da diffondere in città e nel Regno, un gesto di propaganda aperta, quasi incauto per un’organizzazione che dovrebbe muoversi nell’ombra.
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Due club, due idee di libertà
Quando la Società Patriottica si scioglie, il 20 febbraio 1794, non è la fine del movimento ma la sua scissione in due anime. Il LIMO, “Libertà o Morte”, guidato da Rocco Lentini, raccoglie i moderati: puntano a una trasformazione costituzionale della monarchia, non alla sua distruzione. Il ROMA, “Repubblica o Morte”, guidato da Andrea Vitaliani, è la voce radicale: vuole l’abbattimento del trono e una repubblica democratica.
È una distinzione che vale la pena tenere a mente, perché sfata un’altra semplificazione: non tutti i cosiddetti “giacobini napoletani” volevano la stessa cosa. C’era chi sperava in riforme dall’alto, e chi non credeva più che la monarchia potesse riformarsi da sé.
Il mercato, non solo il salotto
Uno degli aspetti più interessanti che emerge dagli atti del processo, il celebre “Fatto Fiscale” per lo scoprimento della congiura, è che il reclutamento non restava confinato alle classi colte. Giuseppe Cappellieri, uno degli imputati, confessa di essere andato “continuamente al Mercato per seminare nel popolo tali idee”. È un dettaglio che ha un peso economico preciso: il Mercato, cuore pulsante del commercio minuto napoletano, luogo di facchini, pescivendoli, piccoli artigiani, diventa anche luogo di propaganda politica. Segno che il malcontento, quando arriva, non riguarda solo chi ha letto Rousseau nei salotti, ma anche chi fatica a mettere insieme il pranzo con la cena.
Una delazione, e tutto crolla
Basta un uomo spaventato per far cadere una rete di quattrocentotrenta persone. Vincenzo Vitaliani, nel tentativo di allargare il reclutamento anche tra il popolo, avvicina un tale Donato Frongillo. Frongillo si impaurisce e corre a denunciare tutto al reggente della Vicaria, Luigi de Medici. È l’inizio della fine: Lauberg fugge verso Oneglia, Vitaliani viene arrestato e, sotto interrogatorio, coinvolge altri nomi. La Giunta d’Inquisizione, voluta dalla regina dopo la morte della sorella, promette clemenza a chi collabora e funziona: “saranno in tanti a parlare e a dichiararsi pentiti”, si legge negli atti.

Il costo nascosto della paura
Ciò che questa vicenda racconta, al di là della cronaca del complotto, è quanto la sola minaccia di sovversione,più ancora della sovversione reale, che non arrivò mai a un’azione concreta, bastasse a incrinare la fiducia sociale a Napoli. Una rete di delazioni che attraversa botteghe, conventi, uffici pubblici; una Giunta che offre impunità in cambio di nomi; un’economia della fiducia, quella su cui si regge ogni commercio e ogni bottega, che si incrina proprio mentre il Regno avrebbe bisogno di stabilità per affrontare le tensioni con la Francia. Non è un caso che, negli anni successivi, cronisti come Vincenzo Cuoco derubricassero l’intera vicenda a “delitto di opinioni”, un modo, forse, per dire che il prezzo pagato fu sproporzionato rispetto al pericolo reale.
Cosa sappiamo, e cosa resta congetturale
Gli atti del “Fatto Fiscale” e le testimonianze di Cuoco, Colletta e Rodinò ci restituiscono con buona attendibilità la struttura dei club e la dinamica della delazione. Meno certo, e più affidato all’interpretazione storiografica successiva, è il reale peso numerico e l’effettiva pericolosità del movimento: gli stessi contemporanei, Cuoco su tutti, la ridimensionarono a “giovani entusiasti” più che a una minaccia concreta al trono. Resta il fatto che quattrocentotrenta persone, di ogni ceto, avevano scelto di rischiare tutto per un’idea.
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