Napoli nel 1794, la città di don Fornacella

La capitale borbonica è in quel periodo la più grande e pericolosa d’Europa
Quando Peppino Maresca, il cuoco napoletano protagonista de Il Segreto del Monzù, attraversa i mercati e i vicoli di Napoli nel 1794, non cammina semplicemente per una via affollata. Cammina in quella che è, in quel momento, la terza città più grande d’Europa: oltre 400.000 abitanti, un porto tra i più trafficati del Mediterraneo, una corte tra le più sontuose del mondo conosciuto. E una polveriera sul punto di esplodere.
Capire Napoli nel 1794 significa capire il romanzo. Non come cornice decorativa ma come personaggio a sé stante.
Una Parigi del Sud
Il viaggiatore francese Charles de Brosses, che visitò Napoli nel 1739, scrisse che la città era simile a Parigi per la sontuosità della corte e per il mouvement infernal di persone che la abitavano. Un confronto che colpisce, perché viene da un parigino abituato alla capitale più dinamica d’Europa. Napoli lo stupisce: la via Toledo è la più bella e lunga d’Europa, il Teatro San Carlo è il più ricco del mondo, i conservatori musicali formano compositori che suonano in tutte le corti europee.
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Ma de Brosses aggiunge anche altro: quella via meravigliosa è piena di fango. Accanto ai palazzi nobiliari ci sono 25.000 mendicanti. La grandezza e la miseria si toccano, si mescolano, si ignorano a vicenda con quella disinvoltura tutta napoletana che non è indifferenza, è sopravvivenza.
Peppino conosce entrambe le facce. Entra nei palazzi dalla porta di servizio e ne conosce ogni segreto. Esce nei vicoli e sente il polso della città vera.
La corte borbonica tra splendore e terrore
Ferdinando IV regna su questo caos da un palazzo sontuoso. Sua moglie, Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, è una donna di straordinaria intelligenza politica ed è terrorizzata. Sua sorella è Maria Antonietta, regina di Francia. Nel gennaio 1793, Luigi XVI è stato ghigliottinato a Parigi. In ottobre, la stessa sorte è toccata a Maria Antonietta. Maria Carolina lo sa. Ferdinando lo sa. Tutta la corte lo sa.
E il vento rivoluzionario arriva anche a Napoli. Fioriscono i circoli che inneggiano alle nuove idee influenzate dall’Illuminismo e dai principi di libertà ed eguaglianza.
Napoli nel 1794 è una città che ha paura. Non la paura vaga e diffusa dei tempi tranquilli, ma la paura precisa, nominata, di chi ha visto cosa succede quando la rivoluzione vince. La polizia borbonica sorveglia, censura le corrispondenze, controlla i passaporti, espelle i francesi sospetti. Nel settembre 1793 un editto reale ha cacciato dal Regno tutti i cittadini francesi che non potevano dimostrare residenza decennale o matrimonio con una napoletana. La città è in stato d’allerta permanente.
In questo clima di sospetto e controllo, un cuoco che trova un morto nella sua dispensa non ha solo un problema giudiziario. Ha un problema politico.
La congiura giacobina
Nel maggio-giugno 1794, esattamente il periodo in cui è ambientato il romanzo, viene scoperta a Napoli una vera congiura di ispirazione giacobina. Non sono solo rivoluzionari di strada: ci sono avvocati, medici, intellettuali illuminati che hanno letto Rousseau e credono che anche Napoli possa cambiare. Vengono arrestati, processati, alcuni giustiziati, altri esiliati.
La città reagisce con un misto di paura e fascinazione. Nei palazzi nobiliari si sussurra. Nei caffè si tace. Nelle cucine, dove i servi sentono tutto e vengono ascoltati da nessuno, si parla.
Peppino Maresca sente quei discorsi. Li registra, ne intuisce la pericolosità, senza capire ancora quanto lo siano davvero pericolosi. Finché nella sua dispensa non arriva un morto che di quella congiura sa forse qualcosa. E forse è morto proprio perché sapeva.
Il monzù: un potere silenzioso
C’è un altro elemento che chi legge il titolo del romanzo deve conoscere: chi era, davvero, un monzù.
Il termine deriva dal francese “Monsieur”, i cuochi più prestigiosi delle case nobiliari napoletane erano francesi o formati alla francese, e il titolo onorifico rimase anche quando la cucina si napoletanizzò. Il monzù non era un semplice cuoco. Era il custode della tavola del padrone, e quindi della sua salute, dei suoi umori, dei suoi segreti. Entrava dove altri servi non entravano. Vedeva ospiti che altri non vedevano. Preparava piatti per conversazioni private a cui non partecipava, ma ascoltava.
In una città dove il cibo poteva essere veicolo di veleno quanto di piacere, il monzù era una figura di potere reale, sottile, invisibile.
Peppino Maresca è tutto questo. Anche se lui si sente un cuoco napoletano. E quando trova un morto nella sua dispensa, scopre che quel potere silenzioso ha un prezzo.
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