La Compagnia della Morte: Tra Realtà e Leggenda
La connessione con la Rivolta di Masaniello
Durante le ricerche per la stesura del mio secondo romanzo, Alla Corte di Masaniello, che si sviluppa nel cuore della rivolta napoletana del 1647, mi sono imbattuto nella storia di un gruppo di pittori trasformati in giustizieri: la Compagnia della Morte. Un tema intrigante, che trova molta eco anche sul web da parte di pretenziosi commentatori della storia e della cultura napoletana. Ma nel romanzo io invece non ne parlo. Perché?

Eppure, secondo il biografo Bernardo De Dominici, questo sodalizio di artisti, capeggiato dal celebre pittore Aniello Falcone, si dedicava a vendicare le angherie degli spagnoli con incursioni punitive per le strade e i vicoli di Napoli. Ma quanto c’è di vero in questa affascinante narrazione?
Una Storia Avvolta nel Mito
De Dominici descrive la Compagnia come un gruppo di pittori che alternavano il pennello alla spada, animati da un forte spirito di ribellione. Tra i suoi membri sarebbero comparsi nomi celebri della pittura napoletana dell’epoca, tra cui, oltre ad Aniello Falcone e i pittori della sua bottega, Salvator Rosa, Mattia Preti e Andrea Vaccaro. Tuttavia, questa affascinante immagine eroica si scontra con la realtà storica: nessun documento dell’epoca attesta infatti l’esistenza di una Compagnia della Morte formata da artisti.
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Il Dibattito Storico
Già nell’Ottocento, studiosi come Giuseppe De Blasiis e Bartolomeo Capasso, e poi ancora agli inizi del ‘900 Giuseppe Ceci, smontarono il mito con un’analisi rigorosa delle fonti. Le ricerche condotte nei documenti d’epoca rivelano effettivamente l’esistenza di una “Compagnia della Morte”, ma non era composta da pittori, bensì da giovani delinquenti legati ai baroni del vice regno che seminavano il terrore nelle strade della città, noti per la loro violenza e per le loro azioni fuori legge. Furono questi ad essere perseguitati dal viceré Conte di Oñate, processati nel 1648 e in buona parte condannati a morte nel 1649. Una realtà, dunque, ben lontana dall’immagine romantica tramandata dal De Dominici.
Pittori e Dissenso

Seppur priva di fondamento storico, la leggenda della Compagnia della Morte riflette comunque un sentimento di ribellione che forse serpeggiava realmente tra alcuni artisti dell’epoca. Salvator Rosa, ad esempio, manifestò il suo disprezzo per il governo spagnolo in alcuni scritti, mentre Andrea Vaccaro e altri ricevettero commissioni da esponenti della rivolta. E lo stesso Aniello Falcone è certo che abbia avuto qualche risentimento per motivi personali.
Tuttavia, non esiste alcuna prova che questi pittori abbiano preso parte attivamente agli scontri o si siano organizzati in bande. Piuttosto c’è da dire che la definizione Pittori del Dissenso abbia avuto valenza sotto il punto di vista artistico per identificare un movimento di dissenso, del quale facevano parte Nicolas Poussin, Pietro Testa, Pier Francesco Mola, Giovanni Benedetto Castiglione e lo stesso Salvator Rosa, che esprimeva una posizione di contrasto rispetto all’arte curiale e al barocco.
La Nascita di un Mito
Nel tempo, tuttavia, la narrazione di De Dominici ha alimentato il fascino attorno a questa presunta confraternita di artisti-guerrieri, tanto da ispirare romanzi storici come quello di Albert Louis Cotton nel

1904. La suggestione di una “pittura del dissenso” ha portato a interpretazioni ardite, ma la realtà dei fatti resta molto più sfumata.
Né va confusa la Compagnia della Morte di De Dominici con quella altrettanto leggendaria e celebrata, ma senza alcun fondamento storico, legata ad Alberto da Giussano e alla battaglia di Legnano del 1176; né con quella nata nel 1915 contro gli austriaci e composta di volontari.
Conclusione
La Compagnia della Morte, così come narrata, è dunque frutto di un’elaborazione postuma, più vicina alla leggenda che alla storia. Essa testimonia l’intenso fermento culturale e politico che caratterizzava Napoli nel Seicento, un periodo in cui l’arte si intrecciava con la tensione sociale e con le aspirazioni di libertà.
Ciò che conta è che questa leggenda continui a essere raccontata. Nonostante la sua notorietà, mi sono guardato bene dall’inserirla nel mio romanzo Alla Corte di Masaniello, ritenendo più corretto attenermi a fatti documentati. Tuttavia, non escludo che in futuro personalità come quella di Aniello Falcone o le vicende della vera Compagnia della Morte, messa a processo nel 1648/49, possano trovare spazio in un nuovo romanzo, magari per esplorare ancora più a fondo le ombre e le contraddizioni di quel periodo storico affascinante e complesso.
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