Annella di Massimo, la pittrice geniale (e dimenticata) del Seicento napoletano
A Napoli, al Vomero, c’è una strada che porta il suo nome: Annella di Massimo. Ma pochi sanno davvero chi fosse questa donna straordinaria che, nel pieno del Seicento, osò impugnare il pennello in un mondo dominato dagli uomini. E lo fece con tale forza da lasciare un segno profondo, anche se oggi la sua arte rischia di sparire nel buio della leggenda.

Nata nel 1602
Nacque in una famiglia di pittori, Diana De Rosa, detta Annella, sorella maggiore di Giovan Francesco (Pacecco De Rosa) e si formò prima nella bottega del patrigno Filippo Vitale, poi sotto la guida del fratello Pacecco. Ma la svolta fu l’incontro con Massimo Stanzione, il maestro dei maestri, uno dei grandi del barocco napoletano. Fu subito chiaro che Annella aveva qualcosa in più: talento, visione, determinazione. Non era solo un’allieva: era la sua pupilla prediletta, forse anche musa. Copiava i suoi bozzetti, lo affiancava nei lavori, lo completava. E qualcuno mormorava che, talvolta, lo superasse pure.
Voci e pettegolezzi.
Questa vicinanza, però, scatenò chiacchiere. E in un ambiente carico di gelosie e invidie, le voci bastavano a rovinare tutto. Il marito di Annella, Agostino Beltrano, anche lui pittore e allievo di Stanzione, cominciò a guardarla con sospetto. Il biografo settecentesco Bernardo De Dominici, mai avaro di dramma, racconta che un giorno, accecato dalla gelosia per un presunto abbraccio tra la moglie e il maestro, Beltrano l’avrebbe uccisa con un colpo di spada. Un classico delitto d’onore, oggi diremmo femminicidio.
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La realtà
Una bella storia da romanzo nero. Peccato sia falsa. Nel 1951, lo storico Ulisse Prota Giurleo trovò l’atto di morte di Annella: morì di malattia il 7 dicembre 1643, a soli 41 anni, non trafitta dal marito, ma dopo una vita di successi e un’eredità cospicua lasciata ai figli. L’ennesima donna schiacciata tra realtà e leggenda, vittima non di una lama ma di una narrazione tossica.
Fama e successo
Famosa per la sua bellezza, tanto che insieme alle sorelle Lucrezia e Maria Grazia, la quale sposò Juan Do, furono soprannominate le «tre Grazie napoletane», Diana conquistò Napoli. Tutti volevano un suo quadro: nobili, chiese, mecenati. La sua fama crebbe al punto da farle ottenere, grazie all’intercessione di Stanzione, due prestigiose commissioni per la chiesa della Pietà dei Turchini: La Nascita e La Morte della Vergine. Opere pubbliche, finalmente visibili a tutti. Eppure, la sua ascesa fu accompagnata da dicerie velenose: che i suoi dipinti fossero in realtà firmati da Stanzione o realizzati dal marito.

Oggi
Purtroppo, con buona pace dei critici e delle attribuzioni incerte, di Annella ci restano pochissime opere riconosciute. Quelle due tele nei Turchini, forse un Sposalizio della Vergine conservato nel Museo Diocesano e qualche altra opera che con il tempo e una più attenta valutazione le viene riconosciuta. Il resto è sparito, attribuito ad altri o semplicemente dimenticato. Una “pittrice senza opere”, come qualcuno l’ha definita. Eppure, il suo nome compare negli inventari d’epoca. Esistette, lavorò, si fece pagare. Annella c’era. Eccome se c’era.
Una pittrice da riscoprire
Allora perché nessuno la ricorda? Perché Artemisia Gentileschi è celebrata ovunque e Annella resta un’ombra? Forse perché la storia ama i drammi clamorosi e dimentica quelli quotidiani. O forse perché Annella non ha mai avuto chi la difendesse, chi ne custodisse il ricordo.
Ma ora tocca a noi. Raccontarla, riscoprirla, ridarle volto e voce. Perché Napoli non ha avuto solo Artemisia. Napoli ha avuto Annella. E non era seconda a nessuno.
Perchè Diana De Rosa, Annella di Massimo, è una donna di Napoli

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Annella di Massimo ha 2 tele a lei attribuite in s Giovanni maggiore a Napoli